Skip to content

SCARICARE SUONO SVEGLIA MILITARE


    Contents
  1. Suoneria Sveglia militare - Suoni militari per il tuo cellulare, android o iphone
  2. Suoni di Caserma - Gruppo Alpini Roncegno
  3. Le migliori app per scaricare suonerie
  4. KUKU KLOK – SVEGLIA ONLINE GRATUITA CON SUONO DI GALLO

Suoneria Sveglia militare - Suoni militari per Cellulari Android o Iphone. download suoneria gratis Scarica la suoneria in formato Mp3 download suoneria gratis. I Suoni di Caserma che ci hanno accompagnato per tutto il periodo della "NAIA". SVEGLIA. Tutti i Segnali di Caserma sono in formato mp3. Gruppo Alpini di. Sveglia · Adunata · Alza bandiera · Rancio · Adunata guardia · Libera uscita · Adunata P.A.O. Adunata puniti · Ritirata · Contrappello · Silenzio · Silenzio fuori. Signore delle cime, La sveglia, Adunata. Alzabandiera, Adunata puniti, Labari. Uscita, Chiamata Pao, Contrappello. Il silenzio F.O.. Per effettuare il download. Anteprima suono Tromba motivo militare click play per ascoltare il suono. Your browser does Download wav file - scaricare effetto sonoro. Cliccare il link con il .

Nome: suono sveglia militare
Formato:Fichier D’archive
Sistemi operativi: iOS. Windows XP/7/10. MacOS. Android.
Licenza:Gratuito (* Per uso personale)
Dimensione del file:63.74 Megabytes

SCARICARE SUONO SVEGLIA MILITARE

Scaricare Sveglia Militare Italianate t. Scaricare Sveglia Militare Italianate 2a7d2b7b5e [.. Moved PermanentlyDiversi effetti sonori con la sveglia militare in formato mp3 o amr da inserire anche nei messaggi multimediali Come scaricare musica gratis su PC?

Forse posso aiutarti… anzi, possono farlo le tantissime soluzioni che oggigiorno consentono di scaricare musica gratis su PC. Scarica scarica sveglia per pc in italiano - Free Alarm Clock non è una semplice sveglia, ma un, e altri softwareShare 0Sveglia militare Download; Allarme nucleare DownloadDownload Sveglia militare italiana Music for freeRsi continuita' Ideale 95, viewsYou can download or play Sveglia Militare Italiana with best mp3 quality online streaming on MP3 Downloadsveglia-militare.

Scarica subito Sveglia Xtreme gratis con tracciamento del sonno, timer e cronometro! Non è una semplice sveglia: consente di personalizzare il risveglio in base

Se condividete questo punto di vista, allora la cultura e le "opere dell'ingegno" vanno considerati come beni di carattere pubblico e i costi sostenuti con uno dei due strumenti precedentemente segnalati: fiscalità generale o tassa di scopo. Detto questo, ognuno faccia i ragionamenti che crede, ma per favore basta con le logiche di individualismo sfrenato. Pane e Volpe scrive:. Re: Ancora sull' "equo compenso" Infatti,il ragionamento sensato è questo:"Non servirebbe a nulla per l'utenza.

E' una tassa extra. Gia' in passato sistemi simili sono stati inutili tranne per chi ne percepiva moneta. Soltanto un folle avrebbe fiducia in uno stato come questo. Ora come ora. Secondo me e' solo un problema di pressione da parte di lobby che lucrano sul lavoro altrui pretendendo di far passare l'illogica sciocchezza per la quale duplicare qualcosa equivale a rubarlo invece che a raddoppiarne il numero.

Re: urgenze e importanze nn è ke mi pare tanto illogica H5N1 scrive:. Re: urgenze e importanze - Scritto da: jkhjgh ma e' davvero urgente trovare una soluzione? Ma và?!? Il budello di tu ma scrive:. Quindi smettete di sbridellarci i coglioni e arrangiatevi per i cazzi vostri, grazie. Re: Soluzione al problema definitiva Il commento più pertinente ed intelligente letto finora Global licensing ad accesso facoltativo Mi rivolgo all'autore dell'articolo, Guido Scorza:"Si potrebbe forse pensare ad una vera forma di licenza collettiva volontaria cui gli utenti possono scegliere di aderire o meno, versando, eventualmente, un "equo corrispettivo" a fronte della garanzia di poter accedere ad un patrimonio culturale ampio e prezioso senza doversi preoccupare di verificare, di volta in volta, se ed a chi dover pagare un compenso per esser sicuri di agire nella legalità.

Dilling scrive:. Re: Global licensing ad accesso facoltativo Anche io inizialmente ero convinto che le licenze collettive dovessero essere sottoscritte solo da chi volesse usufruire del servizio, con il tempo mi sono reso conto che che per poter avviare una cosa di questo genere la quota deve essere sostenuta in modo automatico da tutti coloro che hanno una connessione adsl.

Potrebbe eventualmente essere possibile una disdetta, ovviamente disposti ad essere multati se poi invece si usa il servizio, ma io penso non siano molti coloro che non usano internet anche per condividere o che lo userebbero se fossero certi di non avere noie.

Suni scrive:. Re: c'è pure un'altra cosa da fare E ti risulta che se ti beccano con un DVD "piratato" ti lasciano stare? Re: c'è pure un'altra cosa da fare - Scritto da: popolano se si introduce questa cosa occorre poi modificare la legge urbani per non perseguire chi scarica o condivide avendo pagato il balzello, perché a quel punto il P2P sarebbe legalizzatoPerchè? Il fatto di aver pagato l'equo compenso sul DVD ti da il diritto di piratare?

Wolf01 scrive:. Re: c'è pure un'altra cosa da fare Mi darebbe il diritto di fare una copia di backup, ma la copia originale mi toglie il diritto di fare la copia di backup, quindi in quel supporto ci si mette qualcos'altro per il quale si ha pagato Re: c'è pure un'altra cosa da fare in sostanza SI'!!!!

Re: c'è pure un'altra cosa da fare Invece di farvi 'ste seghe mentali:quando lo stato dichiarera' "illegale" la vendita di materiale con "protezioni atte ad impedirne la copia o la fruizione" allora' si incomincera' a ragionare.

Di fatto ad oggi: si parla solo di "pagare di piu'" Viker scrive:. Re: sarebbe come pagare la tangente - Scritto da: lol io non scarico e non vedo perché dovrei pagare tipo 20 euro in più a causa di quelli che scaricano'Azzi tuoi. Re: sarebbe come pagare la tangente - Scritto da: Viker 'Azzi tuoiOxford? BLah scrive:.

Re: sarebbe come pagare la tangente Guarda che non fai più bella figura dicendo che non hai mai scaricato.. Re: sarebbe come pagare la tangente Lo stato è peggio della Mafia se permetti sotto questo punto di vista:perchè la mafia non ti bussa due volte al negozio dicendo che non gli hai pagato il pizzo quando l'hai fatto. Gia' si paga una tassa "inutile" sui supporti vergine e i venditori sugli insignificanti quanto dannosi economicamente bollini Siae, adesso ne salta fuori una di siffatta specie?

Poi una sulla "mole di Gb scaricati"? Sveglia ragazzi: ma da quanto vivete in Italia? Quando mai lo stato italiano si è fatto garante fino in fondo per una cosa del genere. Lo stato italiano è semplicemente un pozzo nero senza fondo Enjoy with Us scrive:. Basta con sti equo compensi! Tanto è chiaro che come viene impostata la cosa quale sarà il risultato!

Scaricare materiale protetto sarà sempre illegale, in compenso ti appioppano un'altra tassa come per i supporti vergini! Sbaglio Io? Re: Basta con sti equo compensi! Già , cmq la tassa sui supporti vergini ha portato parecchia crisi in Italia E vorrei vedere non portasse merda nel settore informatico di vendite. Piu' che raddoppiare il costo di supporto ottico che altro deve fare uno per convincerti ad acquistarlo in altro loco? Undertaker scrive:. Eliminiamo la Siae Sappiamo bene da dove partono queste proposte:il racket di stato del pizzo sulla musica e gli spettacoli.

É ridicolo che lo stato tanto parli di eliminare la mafia ma sostenga, di fatto quella che é a tutti gli effetti un'associazione mafiosa legalizzata. L'articolo, sembra di capire, sia a favore di un pagamento di un "equo compenso" in cambio di una sorta di liberatoria dalle angherie del diritto d'autore.

E su questo, nulla da ridire: è la vecchia idea di "flat" avanzata già all'epoca del decreto Urbani da parecchi utenti per chiudere una volta per tutte questa annosa questione. Per inciso, soluzioni a cui si oppose gran parte dei detentori dei diritti FIMI in primis. Faccio notare che con la prima soluzione il problema continuerebbe a restare completamente irrisolto.

Cosa succede per chi non paga? Si continuerebbe a sguinzagliare le forze dell'ordine per individuare i reati di violazione di copyright? Pochi deciderebbero di pagare volontariamente, con la conseguenza di fissare delle tariffe elevatissime per compensare i soliti più o meno furbetti che vogliono continuare a fruire a sbafo. Insomma, cambierebbe poco o nulla. La disquisizione apportata tra chi scarica e non scarica è quanto di più infelice si potesse immaginare e pone, ancora una volta il focus su aspetti inessenziali: sembra voler far credere che il problema riguardi gli scaricatori incalliti, mentre riguarda qualsiasi utilizzo della rete.

Dopodichè, se anche ci fossero utenti che non utilizzano il P2P, che non fruiscono di opere dell'ingegno su Internet, che non espongono mai un link e che non fruirebbero mai dei diritti concessi dal pagamento di tale equo compenso, non è un buon motivo per esentarlo dal pagamento.

Siamo nella stessa sfera del pagamento da parte di tutti di servizi essenziali: le strade, la scuola, la sanità vengono pagate da tutti, prescindendo dal fatto che si possieda un'auto o meno, se si abbia dei figli in età scolare o meno, se si sia malati o meno. Articoli di questo genere sono assolutamente inutili, anzi dannosi, se il fine è quello di risolvere l'annosa questione el copyright. E' tanto difficle capirlo? Sono sostanzialmente daccordo con chartitalia, il cui post da un'idea valida di come risolvere il problema, anzichè di come classificare la definizione di imposizione piuttosto che di contributo più o meno volontario.

Insomma che ci importa di comer un equo contributo venga considerato, ci sta benissimo che venga considerato al pari di una tassa automobilistica o televisiva, che tutti pagano come servizio potenziale, anche se, per motivo loro, ne usufruiscono poco o niente. Ma un a cosa diventa certa e inderogabile a questo punto: niente più altri balzelli tipo iniquo compenso e bollini SIAE e simili illegalità conclamate Ed ovviamente, come qualcuno ha già detto, questo "compenso" deve essere finalmente " equo ": una apposita commissione dove siano ben presenti ambedue le parti contrapposte dovrebbe decretare l'ammontare che i VERI detentori dei diritti e sopratutto solo loro dovrebbero ricavare come contropartita da questa forma di "liberalizzazione" dello Sharing in Rete, e tale importo andrebbe ricavato da tutti i detentori di abbonamento Flat a larga banda.

Certo si possono fare cose molto più mirate e selettive, visto che le tecnologie esistono per ripartire in automatico tra le utenze in funzione del volume di download P2P riscontrato a carico del singolo utente, ma arrivare a queste finezze, che sarebbero poi soltanto giuste e lapalissiane, è una vera utopia in questa repubblichetta di furbetti delle banane col governetto Dx o SX che sia che ci meritiamo Ricky scrive:.

Quanti discorsi Quindi prima stortura da risolvere Ma che ragionamento e'? Potremmo estenderlo anche ai carcerati La gente pagherebbe l'originale , a costo giusto e con un minimo di sicurezza sulla copia personale.

Lordras scrive:. Sono d'accordo con voi ma E dirà: no no tranquilli l'utente ha già pagato la tassa Noi non abbiamo visto nulla Un aspetto da non sottovalutare visto che la maggior parte degli artisti non sono italiani. Certo bisogna curare bene tutti gli aspetti in modo da tutelare una volta per tutte l'utente finale.

Solo alcune considerazioni. Infatti mi stavo chiedendo quanto dovesse essere alta questa tassa per rimborsare "il giusto" a tutto il mondoGrazie per aver fatto sparire i miei dubbi :D. Dal mio punto di vista e' come se si volesse mettere una tassa aggiuntiva sull'automobile per rimborsare le vittime dei furti, visto che i ladri utilizzano auto e strade per compiere i loro furti. Inoltre si torna sulla questione gia' sorta con le tasse Siae sui supporti: pagare una tassa per diritti d'autore su un CD vergine e poi essere comunque puniti se su quel CD viene registrato del materiale protetto, mi sembra un assurdo.

Sbabba scrive:. Vabbè cmq, a parte il "mero" costo, l'idea mi piace, è una delle alternative Condivido, io ho un grande rispetto per le leggi e per la figura dello Stato Tutto questo appariva splendido. Riguardo ad essi Roberto non mi aveva minimamente avvertito. Quando giungemmo nella cappellina, trovammo una quindicina di sacerdoti. Io mi tenevo vicino a lui quasi per ottenere protezione. Dovevo avere lo sguardo impaurito perché nessuno mi rivolse la parola, ma parlarono solo con Roberto.

Nel conversare con loro egli manifestava confidenza e grande libertà di parola, come chi si trova tra vecchi amici, conseguenza sia del fatto che forse li frequentava tutte le sere, ma anche a motivo del suo carattere estroverso.

Dopo una quindicina di minuti fu annunciato che era tempo di recitare il rosario. Io seguii Roberto e ne scelsi uno alla sua sinistra. I troni avevano tutti il sedile sollevato. Nella mia mente confusa immaginai che fossero tenuti sollevati da una molla. Tuttavia non vi era nessuna molla. Io ripetei meccanicamente le parole assieme ai convenuti, ma ero in trance. La mia mente restava ferma all'istante in cui avevo prodotto quel fracasso ed emesso l'urlo.

Roberto non si trattenne a chiacchierare; ritornammo subito in caserma. Per strada conversammo su vari argomenti senza menzionare minimamente l'accaduto. Quel giorno ottenni un permesso ed uscii con voi.

Prendemmo la strada verso nord, senza alcuna meta. Incontrammo l'argine destro del Po. Girammo a sinistra e ci inoltrammo per qualche centinaio di metri lungo di esso, per una strada stretta, non asfaltata e completamente priva di traffico. Il Po era ad un centinaio di metri più a nord, invisibile da dove ci eravamo fermati in un primo tempo, perché ci separava un boschetto di pioppi. Quello era terreno riservato alle piene. Poi, dopo aver mangiato, ci avvicinammo alla riva e scattasti alcune foto.

Mentre ci si intratteneva in quella zona, ebbi modo di soddisfare la vostra curiosità, ma soprattutto quella di mamma, che era molto in ansia per me. Per l'occasione aveva preparato dei cibi da mangiare all'aperto. Non so che cosa mangiaste voi. Per me aveva preparato dei panini con petto di faraona arrostita e contorno di carciofi. Non avevo mai mangiato né faraone né carciofi prima di allora. Non sono mai riuscito a capire perché durante il servizio militare mi preparasse sempre faraona.

Ricordo che diceva che la faraona è più nutriente del pollo. Il pomeriggio trascorse in fretta. Verso sera mi riportaste in caserma. Tornai rifornito di cibo per alcuni giorni, tra cui una scatola di biscotti ricoperti di cioccolato, i migliori che avessi mai mangiato. Gradirei molto poter disporre ancora di quei biscotti, ma non riesco a trovarli.

Non conosco il nome della ditta che li faceva. Forse non li fanno più. Il giorno dopo il sottotenente Bertone, che aveva saputo della vostra venuta, mi chiese con cipiglio severo se eravamo rimasti entro il distretto il permesso ricevuto era limitato ad esso.

Fui colto di sorpresa. Mi chiesi se mi avrebbe punito se gli avessi confessato che ci eravamo allontanati di una decina di chilometri. Non ebbi il coraggio di esprimermi a parole.

Invece di parlare agitai una mano in direzione nord, a significare che eravamo andati piuttosto lontano. L'ultima esercitazione di un certo rilievo a cui partecipai durante il C. É un piccolo fucile dotato di un caricatore contenente, se non ricordo male, 25 pallottole e che è in grado di sparare a ripetizione. Non so altro riguardo ad esso perché non partecipai ad alcuna esercitazione preparatoria.

Per compiere l'esercitazione ci recammo una mattina in un piccolo poligono situato non lontano dalla porta carraia. Esso si trovava entro un boschetto di alberi piuttosto alti e umido, sul cui suolo cresceva dell'erba a foglie larghe, tipiche di quegli ambienti. Come in quel fossato, anche nel boschetto del poligono c'era un piccolo ruscello a rive squadrate, dove scorreva un po' d'acqua.

Ad uno ad uno ci fu consegnato il M. L'esercitazione aveva solamente lo scopo di farci acquistare un po' di familiarità con il mitra. Diressi più o meno il mitra contro il bersaglio e premetti il grilletto.

La reazione del mitra mi colse di sorpresa. Allora lasciai il grilletto e da quel momento in poi decisi di sparare solo a piccole raffiche, in modo da poter controllare maggiormente la direzione di tiro. La reazione verso l'alto è facilmente comprensibile, perché la retta individuata dalla canna passa ben al di sopra degli appoggi. Nonostante la reazione di rinculo non fosse molto forte, a motivo del fatto che il braccio tra il fulcro mano e la canna era notevole, l'effetto fu vistoso, come ebbi modo di notare.

Non mi fu chiaro invece perché la direzione di tiro si fosse spostata anche verso destra. Quello era l'unico altro fatto che avrebbe potuto produrre reazioni aggiuntive. Ora il problema sta nel comprendere come quel moto rotatorio agisca sul mitra facendone spostare la canna verso destra.

La soluzione è la seguente. Per reazione al moto rotatorio impresso alla pallottola — che dal ragionamento che sto per fare sembra essere stato antiorario — il mitra avrebbe dovuto ruotare in senso orario.

Poiché l'asse di rotazione non è la canna, ma quello individuato dalle impugnature e dal calcio, e poiché quest'asse passa sotto la canna ed è rivolto verso il basso, se il moto impresso alla pallottola fu effettivamente di tipo antiorario, allora la rotazione in senso orario attorno a quell'asse avrebbe fatto muovere la parte anteriore della canna verso destra. Infine, le due reazioni combinate avrebbero prodotto la reazione osservata.

La domenica dopo la tua visita, la caserma fu aperta per ricevere le visite dei parenti. Abituato all'andazzo della vita militare, quell'apertura diede un'aria nuova, veramente di festa, a quella giornata. Non avendo incarichi in fureria mi divertii a passeggiare di qua e di là, osservando le persone in visita. C'erano genitori, fratelli, amici. Tutti apparivano felici, sia i visitatori che i visitati. A una certa ora nel pomeriggio mi ritirai per un momento nei gabinetti posti al piano terreno all'estremità posteriore del braccio ad U del fabbricato della compagnia.

I singoli gabinetti comunicavano con una grande stanza quadrata illuminata da finestre a vasistas, le quali andavano da circa un metro e mezzo di altezza al soffitto. Tenuto conto che il piano terra era sollevato di una cinquantina di centimetri dal terreno circostante, da fuori non si poteva vedere niente dell'interno. Nel centro dello stanzone quadrato c'era un rubinetto in cima a un tubo dell'acqua a circa un metro e venti di altezza dal pavimento.

Forse aveva lo scopo di riempire dei secchi, se mai ce ne fosse stato bisogno. Quel giorno c'era una recluta nuda che si stava lavando usando quel rubinetto. Forse attendeva dei parenti o amici e voleva presentarsi ben pulito.

Salendo su quel cornicione avrebbe potuto vedere cosa c'era oltre le finestre a vasistas. Quali segreti avrebbe scoperto! Io ero troppo lontano per impedirglielo. Subito scese con la faccia stralunata. Era andata cercando di qualcosa di straordinario e l'aveva visto. La domenica successiva ci fu il giuramento. Verso le nove del mattino vennero dei camion a prelevare le reclute, perché la cerimonia si sarebbe svolta nel Casermone. Su richiesta del maresciallo, io non ci andai.

Gli altri due soldati che lavoravano in fureria, Gianmarco Celli di Cantù una cittadina in provincia di Como, presso il confine con la Svizzera e Bersani di Vercelli, erano in licenza o permesso. Forse il maresciallo mi chiese di rimanere per non rimanere solo, visto che la caserma sarebbe rimasta vuota per più di due ore. In effetti, quel tempo trascorse in maniera irreale. La giornata di fine primavera era assolata e calma. Forse non cantavano neppure gli uccelli che mi avevano svegliato la mattina del mio arrivo.

Il silenzio era totale, a parte di tanto in tanto il ticchettio della macchina per scrivere che risuonava sulle pareti della stanza. In tutta la compagnia rimanemmo solo noi due. Egli stava alla scrivania e leggeva o scarabocchiava qualcosa, mentre io battevo a macchina oppure scrivevo a mano su qualche registro. Quando parlava, il maresciallo si esprimeva a bassa voce, quasi che temesse di disturbare qualcuno.

Erano i soldati che tornavano dal giuramento. Il loro vociare era animato ed allegro. La compagnia stava tornando alla normalità. Anzi, mi sembra che non si lavorasse per niente di domenica. Forse quella volta il maresciallo dovette venire in fureria affinché la compagnia non rimanesse completamente sguarnita. Questo non lo ricordo. Poco dopo lasciai l'ufficio e mi recai al rancio. Quel giorno venne offerto come secondo, come quasi tutte le domeniche, bistecca ai ferri. Inoltre vennero portate anche delle paste.

A me le paste non piacciono, a parte i bigné al cioccolato. Nel vassoio che venne portato nella nostra tavolata ce n'erano alcuni. I commilitoni, che sapevano quanto fossi delicato col mangiare, saputo che a me piacevano i bigné, me ne lasciarono un paio. Si stava avvicinando la fine della permanenza al C. Entro pochi giorni sarebbe avvenuto il trasferimento ai reggimenti.

Qualche giorno prima che questo avvenisse fui informato che non sarei partito. Il fatto è che sono contrario ad un'eccessiva privacy. In questo ho oggi il conforto di un versetto che ho notato nella Bibbia Proverbi , il quale dice: " Chi si isola cercherà la sua propria brama egoistica, irromperà contro ogni saggezza. In effetti, l'isolamento incoraggia a compiere quello che alla luce del sole non si farebbe esempio: i ladri operano di nascosto , mentre il rendere manifeste le proprie azioni è di protezione questi sono punti di vista personali; non li ho letti in nessuna pubblicazione.

Giunse il giorno della partenza dei commilitoni. Per motivi che non conosco venne stabilito che sarebbe avvenuta alle tre di notte. La sera precedente stabilii che mi sarei alzato per rivolgere loro un ultimo saluto.

I soldati avevano preparato in precedenza i loro valigioni militari, quelli posti sul ripiano dietro le brande. Giunsero a volte in gruppi di due o tre, a volte singolarmente, a volte in gruppi più numerosi. Li salutai tutti. Strinsi la mano a molti, ne salutai molti per nome, giacché il lavoro di fureria mi aveva portato a conoscerli, ebbi scambi di battute di spirito con chi ero più affiatato. Quando mi resi conto che non c'era più nessuno, chiusi la porta e tornai nella camerata.

La stanzona che aveva ospitato un terzo della compagnia ora era vuota. I soldati di stanza nella compagnia ed i caporali dormivano da qualche altra parte, non so dove. Dato un breve sguardo attorno, spensi la luce principale e salii sulla branda. La camerata aveva un aspetto squallido, ma non mi crucciai eccessivamente per la solitudine in effetti non la temo, avendo condotto fin dalla giovane età, volente o nolente, una vita per lo più solitaria.

Riflettei che avrei dovuto cercare di prendere sonno al più presto, altrimenti il giorno dopo mi sarei sentito stanco. Mi girai su un fianco; in pochi minuti mi addormentai e dormii profondamente fino al mattino. Pochi giorni dopo la partenza dei soldati novelli furono congedati anche i tre sottotenenti ed alcuni caporali e soldati di stanza nella XII compagnia a cui appartenevo, tra cui Renato Bersani che, assieme a Gianmarco Celli e a me, aveva lavorato nella fureria.

Con questi due soldati non avevo mai avuto alcun rapporto di amicizia; con Celli perché né lui né io l'avevamo mai cercata, nonostante egli fosse di professione disegnatore come me; la differenza di anzianità di naia ci aveva sempre diviso. Con Bersani perché, nonostante egli fosse magro e di alcuni centimetri più basso di me, incuteva un certo timore, ossia era un tipo da prendere con le pinze, come avrebbe detto Tex Willer.

Solo Bertone e qualche nonno gli parlavano, chiamandolo spesso Pirla , un po' per scherzo, un po' per prenderlo in giro. Da parte mia, ricordo di avergli rivolto la parola una sola volta, per curiosità. Egli aveva l'abitudine di bere della Coca Cola durante il giorno; ne teneva sempre una bottiglia sotto mano. Desideroso di sapere perché bevesse sempre e solo Coca Cola, un giorno glielo chiesi.

In quel momento egli stava addentando un panino. Forse egli non aveva compreso la mia domanda. Io comunque non mi azzardai di chiedergli altre spiegazioni.

Gianmarco Celli era un tipo un poco più alto di me, dalla carnagione molto chiara, tanto che sembrava perennemente ammalato. Come carattere cercava di mostrarsi un po' bullo, mentre in realtà si comprendeva che prima del militare doveva essere stato un ragazzo un po' viziato e coccolato. Tuttavia, poiché era più anziano di naia di me, quando poteva, sia pur di rado, faceva sentire tale superiorità.

Da parte mia, fin dai primi giorni in caserma ero andato maturando l'idea che il servizio militare fosse qualcosa da non prendere seriamente; che la disubbidienza, quando possibile, costituisse un merito e che quando possibile si dovesse cercare di fare i furbi. Durante i primi due mesi non praticai mai niente di simile, ma ci riflettei solamente. Agii in modo che egli dovesse svolgere una mansione d'ufficio che sarebbe spettata a me. Non ricordo in cosa consisté quella mansione, né come riuscii a combinare la cosa.

Questo avvenne una mattina mentre eravamo soli in fureria. Mancava anche il capitano nell'ufficio accanto. Ricordo che stavamo in piedi nel centro dell'ufficio. Io non risposi niente, sia perché sapevo di essere nel torto, sia perché riconoscevo che lui era più forte di me e sia anche perché sono contrario alla violenza, a ragione o a torto che sia. Ferlani era un lombardone robusto più alto di Celli, una persona integra, ligia al dovere, seria, il quale evidentemente nutriva molta stima verso di me, perché mi sapeva diligente e laborioso.

Trovandosi a passare nelle vicinanze ed avendo udito le grida di Celli era corso immediatamente in mio soccorso. Dopo la ramanzina di Ferlani, Celli assunse un atteggiamento ben diverso nei miei confronti. Ben felice di questo, lo assecondai.

Hai letto questo? SCARICA RTS SENEGAL

Quella sera andammo assieme in libera uscita ed avemmo modo di conoscerci meglio. In effetti avevamo molte cose in comune poiché eravamo entrambi disegnatori. L'incidente ci aveva fatto avvicinare. Negli ultimi giorni che trascorsi a Casale, Celli ed io rimanemmo ottimi amici e uscimmo spesso assieme.

Buon per me che mi ero reso conto della stupidità dei miei pensieri. Frattanto, man mano che il tempo passava, cominciai a non sentirmi bene. Ero afflitto da un torpore alla testa unito ad un malessere generale che, anche se non mi impediva di vivere normalmente, tuttavia era molto fastidioso ed andava aumentando giorno dopo giorno. Non rendendomi conto della causa, smisi di mangiare ogni cosa e mi limitai al solo pane ed alle sempre presenti mele.

Presi anche a bere molta acqua presso i lavatoi. Tra le due braccia della U che costituiva l'ma e la ma compagnia c'era infatti una tettoia con, sotto, due file di lavatoi separate da un muretto, una rivolta verso l'ma, l'altra verso la ma compagnia. Sopra ogni fila di lavatoi, addossato al muretto c'era un tubo bucherellato dal quale zampillava in continuazione dell'acqua fresca e buona. Una mattina, sentendomi più male del solito, chiesi al maresciallo il permesso di recarmi in infermeria per una visita di controllo.

Egli me lo concesse subito. In infermeria mi fu misurata la temperatura. Non mi fu detto che valore avesse, ma si dispose che venissi ricoverato nell'infermeria del Casermone. Giunto nell'infermeria fui alloggiato in una stanza con quattro letti.

Quando giunsi c'era un soldato ricoverato, ma fu dimesso il giorno dopo. Le uniche visite che ricevetti nei tre giorni che trascorsi in quella stanza furono quelle di un ufficiale medico, dei soldati addetti alle pulizie e di coloro portavano il cibo. Resomi conto che probabilmente il malore era dovuto alle mele, smisi di mangiarle.

Suoneria Sveglia militare - Suoni militari per il tuo cellulare, android o iphone

Anche se non mi fu somministrato nessun medicinale, in quei giorni andai costantemente migliorando. Evidentemente il malore era causato dalle mele. Infatti, da quel tempo e per molti anni, le mele continuarono a causarmi quegli stessi disturbi che soffrii allora: giramento di testa unito ad un malessere generale.

Infatti le mele non trattate, come quelle che crescono incolte, non mi causavano alcun disturbo. Inoltre, come potei constatare nel corso di varie prove, non serviva a niente sbucciarle. Questo perché, evidentemente, i veleni che vengono spruzzati sulle piante cadono al suolo, in parte quando vengono spruzzate, il resto quando piove, e tali veleni vengono poi assorbiti dalle radici e finiscono nei frutti.

Come trascorsi quei giorni da solo? Non c'erano giornali, non c'erano persone con cui parlare tra l'altro, io non sono un gran conversatore. Anzi, penso che il miglior complimento che mi si possa fare, sia di dire: "Gli manca solo la parola" , non avevo nemmeno una Settimana Enigmistica. Trascorsi quei giorni compiendo mentalmente dei calcoli matematici.

In quel tempo prima di andare a compiere il servizio militare avevo iniziato a studiare le materie del primo biennio di Geometra. Nel corso degli studi mi aveva affascinato la soluzione delle equazioni algebriche di secondo grado. Sapevo che esistevano soluzioni anche delle equazioni di terzo e quarto grado.

Sapevo anche che era stato dimostrato che non esistono soluzioni generali delle equazioni di grado superiore al quarto. Non disponendo di carta e penna, abbozzai solo qualche idea, idea che mi piacerebbe sviluppare, ma che a tutt'oggi per pigrizia non ho fatto. Grazie a quel lavoro mentale, il tempo trascorse abbastanza velocemente. Il mattino di tre giorni dopo il mio ricovero fui visitato da un maggiore medico, il quale mi dimise. Tornato in caserma, mi fu annunciato che mi sarebbe stata concessa una licenza di tre giorni.

Alla consegna del biglietto mi si disse che avrei dovuto prendere la linea per Pavia, Cremona, Mantova, anziché quella più veloce per Vercelli, Milano, Padova, perché più breve di una quindicina di chilometri. In effetti, se si guarda la carta geografica, quella linea è più lunga, ma allora non ne ero certo. Si insisté che il biglietto era valido per quella linea, non per l'altra. Per timore di venire multato se fossi salito sul treno per Milano, ubbidii e presi quello diretto in direzione opposta.

Cito i paesini perché il treno era un accelerato e, come sai, gli accelerati sostavano in ogni stazione. Le linee non erano ancora elettrificate ed i treni erano tutti particolarmente lenti. Durante una sosta ad una stazione, forse quella di Pavia, vidi un venditore ambulante che passava con un biroccino sotto i finestrini ed offriva bibite fresche e gelati.

Avevo in tasca solo cinquanta lire, tutto quello che mi era rimasto dopo aver pagato il biglietto del treno. Avendo molta strada da compiere, volevo usare quei soldi nella maniera più profittevole.

Decisi di sopportare la sete ed attendere ancora un poco. Ad una stazione successiva ebbi l'opportunità di scendere dal treno. Notato sul marciapiede che divideva i binari un rubinetto di acqua potabile, mi dissetai. A quel punto non ebbi dubbi su come avrei speso le cinquanta lire.

Acquistai subito un gelato ai gusti di limone e fragola, i miei preferiti. Tuttavia non prevedevo altre spese fino all'arrivo a casa. Ripreso il viaggio, le ore parvero trascorrere sempre più lentamente nell'accelerato che sostava in ogni più piccola stazione.

A Mantova cambiai treno un'altra volta. Sperai che quello mi avrebbe condotto senza altri cambi fino a Montegrotto Terme. Dopo innumerevoli soste durante il percorso si giunse finalmente a Monselice. Ancora due stazioni e sarei sceso a Montegrotto. Poi avrei percorso felicemente i due chilometri che mi separavano da casa, forse correndo. Erano le dieci e mezza di sera.

La presa in giro di colui che mi aveva consegnato il biglietto mi aveva fatto trascorrere il primo giorno di licenza viaggiando in treno. Come mi vide, disse che si era giunti al capolinea.

Scesi dal treno ed andai subito ad informarmi sull'orario del primo treno per Montegrotto Terme. Mi fu detto che non sarebbe passato prima del mattino successivo. Se ci fu effettivamente una coincidenza per Montegrotto, mi era sfuggita l'opportunità di prenderla. Sconfortato, uscii dalla stazione, riflettendo se fosse il caso di fare l'autostop almeno fino a Battaglia Terme.

Fuori della stazione c'era un bar. Decisi di chiedere al barista se mi avrebbe permesso di fare una telefonata, nonostante fossi senza soldi, dicendo che l'avrebbe pagata chi sarebbe venuto a prendermi.

Senza obiettare egli mi permise di telefonare. Chiamai zio Angelo e gli spiegai la situazione. Senza la minima esitazione, egli disse:. Infatti, meno di mezz'ora più tardi egli giungeva con la sua millecento.

Giungemmo a casa verso le undici e mezza. Tu e mamma eravate a letto. Presi il forcone della biancheria, quello che mamma usava per tenere sollevato il filo sul quale stendeva i panni ad asciugare, e bussai alla sua finestra.

Trascorsero un paio di minuti senza che si facesse viva. Probabilmente stava dormendo sul lato che ci sentiva bene, e con l'altro orecchio non aveva avvertito i colpi che avevo bussato sulle imposte.

Bussai un'altra volta. Questa volta dovette aver udito, ma non venne subito alla finestra perché forse si stava chiedendo con apprensione che cosa fosse quel rumore. Stavo per bussare una terza volta, quando apparve. Scendo subito! Qualche istante più tardi era alla porta e ci apriva. Poco dopo scendesti anche tu. Evidentemente, prima di scendere mamma ti aveva informato del nostro arrivo.

L'incontro fu molto gioioso. Ricordo che mi poneste molte domande. Non le spiegai quello che avevo passato, essendo ben contento che lei mi vedesse in quella maniera. Trascorremmo mezz'ora felicemente. Trascorsi meno di due giornate a casa, con la gioia di tutti, e poi dovetti ripartire. Lasciai Casale Monferrato con il treno che avrei dovuto prendere quando venni a casa in licenza. Il distacco fu definitivo, perché dopo di allora non avrei più rivisto né Casale, né le Casermette.

Queste, anzi, non ci sono più. Me lo disse qualche anno fa un amico che risiede a Casale Monferrato. Poco dopo mezzogiorno il treno fece una breve sosta a Padova. Per qualche istante mi sentii a casa, anche se non potei scendere. Qualche ora più tardi ero a Cervignano del Friuli. Questa volta non trovai alcuna camionetta inviata per condurmi in caserma. Dovetti percorrere tutta la strada a piedi, con il valigione che diventava sempre più pesante ad ogni passo che compivo. Esso era situato al primo piano della palazzina del comando.

Lasciai il valigione nell'atrio al piano terreno e salii. L'ufficio era una stanza spaziosa. Sulla sinistra vi era un'ampia finestra che dava su un giardino erboso dove crescevano alberi d'alto fusto.

Il giardino era percorso da due stradine acciottolate che si incontravano al centro, dove era posta una fontanella circolare con dei pesci. La stanza dell'ufficio era arredata con due tavoli rettangolari piuttosto grandi, sui quali erano poste delle macchine per scrivere ed un ciclostile; lungo un paio di pareti c'erano degli armadi contenenti libri e documenti; dal lato opposto alla porta, proprio di fronte ad essa, c'era una piccola scrivania e, al suo fianco, in posizione centrale, un'altra scrivania molto più grande.

Dietro alla scrivania più grande c'era il maresciallo maggiore Arnaldo Giuliani, un marchigiano di Fano, una persona sulla cinquantina, piuttosto corpulenta, alta circa un metro e settanta, dalla carnagione scura, gli occhi neri e penetranti, i capelli lisci di colore nero ebano, ma con qualche capello bianco, pettinati alla mascagna.

Egli aveva sotto il naso una grande spazzola che gli arrivava fino al labbro inferiore. Lo si capiva anche dal fatto che a volte, mentre era immerso nel lavoro, lo si vedeva muovere le mascelle, a indicare che si grattava le gengive. Oltre a lui nella stanza vi erano alcuni soldati seduti presso i tavoli ed intenti chi a scrivere a macchina, chi a mano. Lasciai i miei dati personali direttamente al maresciallo Giuliani. Desideroso di imboscarmi come avevo fatto in precedenza, prima di andarmene spiegai al maresciallo che al C.

Egli mi rispose di andare a sistemarmi nella compagnia e poi di ritornare, che mi avrebbe messo alla prova. Non ricordo se lui, o chi altri, mi fece notare che in quel reggimento bisognava andare sempre di corsa. Comunque fosse, di certo non avrei potuto correre avendo con me quel valigione, ma in altre situazioni sarei stato punito se fossi stato colto a camminare.

Questa compagnia occupava mezzo primo piano di un lungo capannone dalla volta ad arco, il cui piano terreno era riservato a magazzini, garage e per altri scopi. Si entrava da un'estremità del capannone. L'ingresso, a doppia altezza, dava ai lavatoi ed ai servizi igienici. Accanto alla porta d'ingresso, sulla destra, partiva una scaletta a due rampe non più larga di un metro e dieci.

La prima rampa costeggiava il muro esterno, l'altra quello che separava la saletta d'ingresso dai lavatoi, Al primo piano la scala sfociava in un corridoio lungo cinque-sei metri, ai lati del quale si aprivano le porte degli uffici, in particolare quello della fureria. Il corridoio sboccava direttamente nella prima delle tre camerate. Non vi erano porte né dal lato della scala né da quello della camerata. Mi registrai in fureria.

Ottenuto l'occorrente mi sistemai nella prima camerata, al primo piano di un castello. Terminata ogni cosa era già l'ora del rancio. Era tardi per recarsi nell'ufficio maggiorità. Sia pure a malincuore perché ero impaziente di ottenere un impiego, cioè di imboscarmi, decisi che mi ci sarei recato l'indomani mattina. Il mattino seguente alle sei e mezza ci fu la sveglia. Visto che mi trovavo in un ambiente nuovo, dopo essermi lavato e vestito decisi di rimanere in attesa.

Poco dopo le sette fummo tutti radunati e condotti salterellando, gavettino in mano, alla mensa distante un'ottantina di metri dal capannone della compagnia. Il salterellare era il modo di correre quando si era inquadrati. La sala mensa era un edificio ad un piano situato dalla parte opposta del giardino alberato rispetto alla palazzina del comando. Essa era fornita di lunghi tavoli, ai lati dei quali potevano trovare posto a sedere una dozzina di soldati.

Oltre a varie finestre, nel centro di ogni lato della grande sala vi era una grande porta, una delle quali comunicava con le cucine, mentre, delle altre tre, una dava sul giardino alberato. Verso le sette e mezza, dopo colazione, venimmo radunati fuori della mensa e quindi, sempre salterellando, fummo condotti nella piazza d'armi, un ampio piazzale rettangolare posto tra il lungo fabbricato ad un piano dello spaccio, la palazzina del secondo battaglione, in quel momento vuota, e due mura di cinta.

Lo spaccio, in effetti, occupava solo un'estremità del fabbricato.

Suoni di Caserma - Gruppo Alpini Roncegno

Che cosa comprendesse il resto del lungo fabbricato non lo seppi mai, perché non fui mai un frequentatore dello spaccio, essendo che in genere preferivo trascorre il tempo libero fuori della caserma. Il terreno non era asfaltato. Subito mi resi conto del problema che sarebbe stato causato dalla polvere, se asciutto, e dagli schizzi d'acqua e fango in caso di pioggia.

Dopo aver salterellato in lungo ed in largo per circa cinque minuti, venimmo disposti in più file, restando rivolti verso l'asta della bandiera che era posta presso il fabbricato dello spaccio. Ci fu ordinato di stendere le braccia e di allargarci in ogni direzione. Quindi un ufficiale prese a spiegarci gli esercizi da compiere e, di volta in volta, compiendo egli stesso gli esercizi, ci diede il ritmo scandendo i numeri: "Uno, due, tre, quattro, uno, due Allora fummo di nuovo radunati e posti sull'attenti in perfetto allineamento.

A quel punto fu dato il "sciogliete le righe". Da quel momento si fu liberi di andare per le proprie faccende. Preso il gavettino, tornai alla compagnia, lo lavai e lo riposi. Quindi mi recai all'ufficio maggiorità. Quando giunsi in ufficio, il maresciallo non era ancora arrivato.

Erano tre, due nonni di origine sarda ed un ferrarese della mia stessa anzianità di naia. Alle otto e mezza giunse il maresciallo. Con tono duro la lettera del generale specificava in ogni dettaglio come doveva essere dattiloscritta la corrispondenza da spedire al corpo d'armata.

Essa non doveva contenere né errori né cancellature. In caso di errore nel dattilografare si sarebbe dovuto riscrivere tutto il documento. Un'altra regola da rispettare era quella di anteporre i nomi ai cognomi e di scrivere questi ultimi in caratteri maiuscoli. Subito mi misi al lavoro. Su indicazione dello stesso maresciallo dattilografai la lettera con estrema lentezza, stando ben attento a non commettere alcun errore. Terminato di scrivere consegnai il foglio al maresciallo. Trovatalo soddisfacente, mi assunse.

Da quel momento in poi avrei prestato servizio nell'ufficio maggiorità come dattilografo e scritturale. Raggiunto lo scopo dell'imboscamento, ora dovevo pensare anche alle altre mie necessità.

La prima era quella della barba. Durante l'intervallo di mezzogiorno chiesi ai compagni d'ufficio dove avrei potuto trovare una presa di corrente. Contattai subito l'attendente, Luigi Visentin, un veneto.

Con lui feci subito amicizia. Egli stava di servizio in uno stanzino situato nello stesso piano dell'ufficio maggiorità, presso la fine del corridoietto che portava all'ufficio del colonnello. Era anche equipaggiato con del caffè solubile, tazzine di carta e tutto il necessario per preparare delle bevande calde. Mi disse che avrei potuto servirmene liberamente, facendo di volta in volta una piccola contribuzione per sopperire alle spese.

Gli parlai del rasoio elettrico.

Le migliori app per scaricare suonerie

Mi disse di andare a prenderlo. Allora corsi subito alla compagnia, presi il rasoio, lo portai nello stanzino e mi rasi. Al ritorno in ufficio nel primo pomeriggio ero soddisfatto: non era ancora trascorso un giorno dal mio arrivo nel reggimento e già le cose si stavano sistemando. Le principali necessità, quelle dell'imboscamento e della barba, erano risolte.

Per di più avevo trovato dei buoni amici con cui trascorrere il tempo libero. C'era un altro problema che mi stava a cuore di risolvere, quello delle adunate mattutine, ma la soluzione non sarebbe tardata ad arrivare. Il mattino successivo mi comportai come quello precedente.

Partecipai all'adunata e mi recai saltellando in refettorio assieme agli altri soldati. Rifiutai il caffellatte e mangiai solo il pane. Quella mattina decisi che nei giorni successivi sarei scappato via prima dell'adunata. Dato che non veniva fatto l'appello, calcolai che le persone incaricate di radunare i soldati non si sarebbero accorte della mia assenza.

Subito diressi la conversazione su di essa. Feci notare che avrei desiderato partecipare al rancio quando veniva distribuita la cioccolata, ma che per non partecipare all'alzabandiera ero costretto a scappare via e rinunciare alla colazione. I sardi erano due persone simpatiche. Divenne all'istante il mio principale amico e istruttore. Saputo del problema, che era anche il suo, mi disse che non era necessario saltare il rancio.

Per evitare l'alzabandiera bastava mettersi a sedere presso la porta più lontana dalle cucine, presso le quali usualmente sedeva l'ufficiale che ci avrebbe condotti inquadrati al piazzale principale, dove si sarebbero svolte le marce e le esercitazioni. Come sarebbe stato dato l'attenti alla fine del rancio, nascosti dai soldati in piedi ci si sarebbe recati in fretta alla porta e si sarebbe corsi in ufficio. Lui lo faceva regolarmente quando partecipava alla colazione.

Riguardo alla cioccolata, l'ufficio maggiorità dattilografava e distribuiva giornalmente alle compagnie il menù del giorno dopo. Mediante esso avrei potuto sapere in anticipo che cosa sarebbe stato servito ai pasti, inclusa la colazione.

Ci sedemmo presso la porta opposta alle cucine. Immediatamente, lo seguii. Percorremmo di corsa la sessantina di metri che separavano il refettorio dalla palazzina del comando e salimmo in ufficio. Tutto si svolse esattamente come previsto.

A partire da quel giorno, per circa sei mesi agii sempre in questa maniera finché Che cosa accadde? Ora la mia vita di caserma aveva preso un ritmo standard: sveglia alle sei e mezza, riparo in ufficio, lavoro dalle otto e mezza a mezzogiorno e dall'una alle cinque, intrattenimento nei momenti liberi con gli amici che lavoravano nella palazzina del comando, alla sera regolarmente in libera uscita, con ritorno dopo il silenzio, che veniva dato alle dieci.

Mi potevo permettere questo perché disponevo di un tesserino di cui erano dotati tutti i soldati in servizio nel comando, il quale ci permetteva di uscire a qualsiasi ora della giornata e di intrattenerci fuori della caserma più a lungo degli altri. In tal modo probabilmente evitai molti incidenti con i nonni.

Infatti, quando tornavo trovavo sempre la camerata addormentata. L'unico incidente di cui fui testimone avvenne pochi giorni dopo il mio arrivo nel reggimento. Una notte fui svegliato da un paio di gocce d'acqua sul viso e dal successivo fracasso di un secchio di metallo che balzellava e rotolava sul pavimento.

Aperti gli occhi, feci appena in tempo a vedere una figura che fuggiva verso le camerate dei più anziani di naia. Si era trattato di un gavettone d'acqua di cui era rimasto vittima il soldato che dormiva sulla branda alla mia destra.

Dopo che ebbi chiusi gli occhi, lo udii trafficare per alcuni minuti; infine tutto tacque. Durante quel paio di settimane che alloggiai alla CCR Compagnia Comando Reggimentale subii anche un paio di incidenti dovuti al fatto che fin dal primo giorno avevo preso l'abitudine di andare sempre di corsa.

Lo facevo non solo perché era un comando, ma perché mi piaceva. Mentre gli altri correvano svogliatamente nel cortile, saltellando come facevano durante le marce, io invece correvo a perdifiato, non solo nel cortile, ma anche nei fabbricati, salendo e scendendo le scale a due-tre-quattro gradini per volta.

Questo fatto, oltre che rendere un poco più difficoltosa la salita, costituiva un vero pericolo durante la discesa. Perso l'equilibrio, feci una piroetta ruotando attorno alla mano che mi sosteneva. Il danno che subii fu di ritrovarmi con la caviglia sinistra slogata.

Purtroppo, non passarono molti giorni che la cosa si ripeté esattamente come la prima volta. A quel punto ritenni opportuno usare maggior prudenza nello scendere le scale. Il peggiore di questi incidenti accadde circa una dozzina d'anni fa. Mi ero recato a Marostica Vicenza in compagnia di Luca, la sua fidanzata di allora, Adriana, Alfonso il giovane che conoscesti alla stazione di Padova , Giorgio ed un nigeriano.

Vidi il cielo ruotare e caddi sull'erba di schiena. Era inverno e portavo il paletot. Ai compagni che volevano aiutarmi ad alzarmi dissi di attendere. Volli accertarmi di non avere qualche osso rotto. Dopo qualche secondo mi resi conto che solo il piede si era in qualche modo danneggiato, perché produceva un dolore terribile.

Con difficoltà tornai alle macchine. Quella sera durante la cena con gli amici fui colto da malore e fui sul punto di perdere i sensi. Era sabato sera. Invece, nei giorni che seguirono prestai personalmente particolare attenzione al piede.

Si vedeva del sangue sotto la pelle. Notai inoltre che esso poteva ruotare liberamente di parecchi gradi verso destra. Probabilmente era uscito un osso dal suo alloggiamento. Trascorsero un paio di mesi, il piede smise di ruotare; era guarito. Ora, specie se sono stanco, sto bene attento a che non ruoti. Quando ne fui informato rimasi scioccato, perché dal momento della mia assunzione quale dattilografo avevo sperato che non avrei mai dovuto compiere servizi. Mi fu detto di presentarmi verso le dieci nel locale della guardia situato nello stesso fabbricato che ospitava la CCR, ma all'estremo opposto rispetto alla sua entrata.

Trattandosi della mia prima esperienza, mi presentai vestito normalmente, cioè con camicia e pantaloni, ma con gli anfibi ai piedi al posto delle normali scarpe. In effetti non c'era bisogno di indossare niente di particolare, se non per il fatto che di notte avrebbe fatto freddo e che sarebbe stato bene mettere qualcosa sotto la camicia. Me lo disse il caporale capo della guardia quando mi presentai, ma non gli diedi ascolto e non tornai nella camerata per provvedere in merito.

Tra l'altro, in quel tempo ero solito non indossare nemmeno la canottiera, e fu con tale minimo abbigliamento che mi presentai al posto di guardia. Quando giunsi, il caporale stava parlando ai due soldati arrivati prima di me; stava dando loro le istruzioni riguardo al servizio e le parole d'ordine. Non c'erano lenzuola, ma potevamo prendere delle coperte poste sopra una branda vuota.

Inizialmente non ne feci uso, ma dopo un po' dovetti prenderne una e coprirmi, perché la porta dello stanzino doveva rimanere aperta. Fu difficile prendere sonno, sia per il fatto che ero vestito e con gli anfibi ai piedi, sia perché senza coperta avevo freddo, mentre, se mi coprivo, entro breve tempo dovevo tornare a scoprirmi. Quindi, non ci fu modo di stare comodi.

KUKU KLOK – SVEGLIA ONLINE GRATUITA CON SUONO DI GALLO

In quelle prime tre ore riuscii a dormire solo per qualche breve tratto. Che velocemente che erano trascorse quelle prime tre ore! Essendo riuscito a prendere sonno avrei desiderato poter dormire ancora per un po'. Subito mi alzai. Preso il fucile, lo seguii. Ci dirigemmo verso la porta carraia camminando affiancati e mantenendo lo stesso passo cadenzato.

Giunti ad una decina di metri dal posto di guardia il soldato ci diede l'alt, nonostante ci avesse riconosciuti; poi chiese la parola d'ordine. Il caporale gliela disse. Quello rispose con la controparola; quindi ci disse di avanzare.

Giunti presso di lui, il caporale fece il cambio secondo l'etichetta militare, dando ora a me, ora all'altro soldato l'ordine di avanzare di un passo, di voltarsi, ecc.

Come ebbi preso il posto del soldato che avrei sostituito, il caporale diede il dietro-front all'altro soldato e quindi partirono. Ora mi attendevano tre ore da trascorrere da solo.

Il luogo era rischiarato da alcune lampadine. Ad una decina metri dalla porta carraia c'era un piccolo fabbricato ad un piano, il posto di guardia diurno.

Ora era chiuso. La notte era molto fredda, nonostante si fosse a luglio. Mi posi presso il fabbricato al riparo dalla brezza fredda di nord-est ed attesi.

Ad ogni minimo movimento del corpo il contatto con i pantaloni e la camicia mi facevano rabbrividire. Per evitare il contatto con la stoffa fredda assunsi una posizione perfettamente immobile, simile all'attenti.

In questo modo si vennero a creare dei cuscinetti d'aria sia dentro i pantaloni che sotto la camicia, i quali si intiepidirono e mi protessero dal freddo. La notte inoltre era buia e senza luna, ma la porta ed un certo tratto di muro di cinta erano ben illuminati. Il luogo che avevo scelto era riparato dall'aria e mi permetteva di vedere senza muovermi sia la porta carraia che il muro di cinta fin dove giungeva la luce.

Si era negli anni della guerra fredda, il confine non era molto lontano e il Friuli era una regione molto militarizzata, perché doveva essere in grado di fronteggiare un improvviso attacco dall'est. Riflettendo su questo fatto, cominciai a immaginare che qualcuno, il nemico, tentasse di scavalcare il muro per impadronirsi della caserma.

Mi chiesi che cosa avrei fatto se avessi visto qualcuno affacciarsi sopra il muro o la porta carraia. Il fucile che avevo era scarico; non c'erano state date le munizioni perché — si diceva — tempo addietro due soldati di guardia lungo il recinto si erano sparati a vicenda ed uno di loro era rimasto ucciso.

D'altra parte, mi dissi, se fosse stata fatta una sortita, sicuramente chi l'avesse fatta non sarebbe stato solo. In tal caso, la cosa migliore da fare sarebbe stata di lanciare subito l'allarme e trovare un riparo. Anche se mi rendevo conto che questi pensieri erano solo fantasie, tuttavia essi mi inquietavano. La notte e la solitudine mi facevano paura e mi portavano a pensare a queste eventualità. Per liberarmi dai pensieri negativi decisi di rivolgere la mente alla matematica.

Mi misi a fare dei calcoli, cercando di immaginare un metodo per risolvere le equazioni di terzo grado. Il tempo trascorreva lentamente.

Io continuavo a rimanere perfettamente immobile, perché ad ogni minimo movimento la stoffa ghiacciata mi toccava la pelle, ed il contatto non era per niente piacevole.

Di tanto in tanto tornavo in me. Allora giravo gli occhi attorno, senza muovermi, per vedere se qualcuno stesse tentando di scavalcare il muro o la porta carraia. Nel perlustrare i dintorni con lo sguardo rimanevo totalmente immobile, non solo per il freddo, ma anche perché se mi fossi girato per guardarmi attorno mi sarebbe parso di apparire impaurito ad un osservatore che fosse stato a spiarmi.

Muovendo solo gli occhi, invece, quello mi avrebbe visto fermo e tranquillo, per niente impaurito e sicuro di sé. In questa maniera trascorsi circa due ore. All'improvviso, verso le tre, udii dei passi. Qualcuno si stava avvicinando. Per un istante fui colto da un brivido, ma subito mi ripresi. Volsi l'attenzione nella direzione da cui udivo venire i passi e sollevai il Winchester con la baionetta innestata.

Pochi istanti dopo vidi due persone avvicinarsi. Era il caporale accompagnato dal capitano d'ispezione. Come giunsero ad una decina di metri pronunciai ad alta voce:. Chi va là! Mi rispose il capitano con voce calma e bassa:. Allora gli diedi la controparola:. Pronunciai la controparola abbassando la voce. Dopo aver dato la controparola, aggiunsi rialzando la voce:.

Quindi abbassai il Winchester. Il capitano ed il caporale mi si avvicinarono. Giuntimi accanto, il capitano chiese di ispezionare il fucile. Operando secondo le disposizioni ricevute, staccai la baionetta e glielo porsi, offrendoglielo dalla parte della canna. Allora battei con la baionetta sulla canna affinché lo voltasse. Poi mi chiese di esaminare la baionetta. Gliela porsi, tenendo la punta rivolta verso di lui.

Allora la presi e tornai ad infilarla sulla canna del fucile. Fatto questo, il capitano e il caporale si volsero e se ne andarono.

Avevo agito esattamente secondo le istruzioni ricevute; tutto si era svolto per il meglio. Al termine dell'ispezione provai la soddisfazione che si acquista giocando, quando tutto va per il verso diritto. In quel momento il servizio militare era solo un gioco per me e provavo piacere ad agire secondo le regole stabilite.

Come il caporale ed il capitano se ne furono andati, mi ritrovai solo con gli stessi problemi che avevo avuto fino al loro arrivo. Per evitare pensieri che avrebbero potuto recarmi timore tornai ad immergere la mente in calcoli matematici, risolvendo equazioni di terzo grado relative a casi particolari di cui avevo scoperto le formule risolutive.

Altra trafila con l'alto là, la parola e la controparola d'ordine e quindi il cambio. Tornato nella stanzetta del posto di guardia mi stesi sulla branda e mi sforzai di dormire. Nonostante la scomodità riuscii a dormire a tratti in misura maggiore che nella prima parte della nottata. Infine, alle sette ci fu detto che potevamo andare. Tornato in compagnia, mi tolsi gli anfibi, cambiai i vestiti e mi lavai. Quindi mi recai di corsa in ufficio. Ero un po' stanco, ma meno di quanto avessi temuto il giorno prima.

Allora tutti i soldati che erano risieduti temporaneamente nella CCR Compagnia Comando Reggimentale furono trasferiti alle rispettive compagnie di appartenenza. Poiché la mia qualifica era di osservatore goniometrista , una specialità associata ai mortai, fui aggregato alla CMR Compagnia Mortai Reggimentale da Questa compagnia era situata in un capannone parallelo alla CCR, con ingresso dalla parte opposta del capannone ed era un po' più lontana della prima dall'ufficio in cui lavoravo.

I capannoni erano lunghi almeno un'ottantina di metri, per cui venni a trovarmi quasi alla parte opposta della caserma rispetto all'ingresso principale. La costituzione interna del fabbricato era esattamente l'immagine speculare della CCR, a parte la porta d'ingresso, che era di lato. Come nell'altra compagnia, vi era un ampio ingresso, con la scaletta composta da due rampe; di fronte all'ingresso i gabinetti e i lavatoi; al piano superiore la fureria, un paio di altri uffici e tre grandi camerate.

La notte prima del trasloco mi fu rubato il cinturino estivo, il bel cinturino dei pantaloni che si usava d'estate per andare in libera uscita, oppure quando a motivo dell'incarico ci si doveva vestire bene.

Per me quel cinturino era indispensabile, visto che lavoravo in un ufficio del comando. Caso strano, mi fu consegnato un cinturino nuovissimo. Perché dico questo? Perché in genere i cinturini erano corti, non perché lo fossero per costruzione, ma perché di solito i soldati li tagliavano alla lunghezza strettamente necessaria. Quello che mi fu consegnato, invece, essendo veramente nuovo, era tanto lungo che potevo fargli compiere quasi due giri attorno alla vita.

Io comunque non lo tagliai e di volta in volta lo infilavo sotto tutti i passanti dei pantaloni. Questo fatto, per quanto di poco conto, avrebbe significato qualcosa per me nei mesi successivi. Quando andai a registrarmi nella fureria della CMR fui accolto da un maresciallo maggiore strafottente di cui non ricordo il nome, un uomo di circa quarantacinque anni, dotato di un gran trippone, il quale fin dal primo momento si diede a prendermi in giro, dicendo ad ogni occasione e sforzandosi di ostentare un forte accento veneto:.

Io non gli diedi peso e non reagii in alcuna maniera. Ma lui, sia in quella prima occasione sia ogni volta che gli capitava di vedermi transitare davanti all'ufficio della fureria, non faceva che ripetere verso di me:. Incuriosito dal suo comportamento mi chiesi di che regione fosse.

Dopo qualche tempo venni a sapere che era veneto.

Col tempo egli si accorse che avevo un cinturino nuovo, non accorciato. Allora mi chiese di scambiarlo con il suo. Quello che indossava giungeva a malapena a fare il giro della pancia e d'altra parte non voleva comperarne uno nuovo.

Gli risposi di no. Ma io non cedetti. Frattanto in ufficio mi ero familiarizzato con l'ambiente. Dei soldati, ti ho già descritto in parte Graziano Cossiga, di cui non conosco il titolo di studio, e Giuliano Desogus, un geometra, entrambi di origine sarda, anche se Cossiga risiedeva a Torino. Simpaticissimo e di una loquacità straordinaria Cossiga era il promotore di ogni iniziativa.

Ben presto divenimmo pressoché inseparabili. In libera uscita uscivamo quasi sempre assieme. Qualche volta ci accompagnava Desogus. Questi era di poche parole, parlava meno di me, ma era sempre pronto a fare una breve risatina in risposta alle frequenti battute di Cossiga.

Il terzo soldato in ufficio con noi, Aaronne Levi, era un geometra ferrarese del mio stesso scaglione. Egli non aveva amicizie al comando, nonostante cercasse di mostrarsi amichevole con tutti. Forse a motivo dei suoi vizi era magro, incartapecorito e dimostrava il doppio dell'età che aveva.

Credo che partecipasse regolarmente all'alzabandiera, perché in genere si presentava in ufficio solo durante gli orari di lavoro. Al di fuori di essi lo si vedeva raramente.

Come già sai, l'ufficio era diretto dal maresciallo maggiore Arnaldo Giuliani, un marchigiano di Fano. Questi era una persona molto benvoluta da tutti. Quando dei maggiori o colonnelli di altri reggimenti venivano a colloquio con il colonnello del nostro reggimento spesso si fermavano prima a conversare con lui.

Le loro conversazioni erano amichevoli come tra vecchi amici, nonostante di solito esistesse una barriera tra ufficiali e sottufficiali. Io mi chiesi più volte se non ricoprisse una carica più alta, segreta. Infatti, oltre al grado di maresciallo maggiore so che esiste una categoria di marescialli con incarichi speciali. Accanto alla scrivania del maresciallo ce n'era un'altra più piccola. Quando giunsi al reggimento non c'era nessuno dietro a quella scrivania, perché la persona che normalmente l'occupava era temporaneamente assente.

Questi era il sergente maggiore Giacomazzi, un campano della provincia di Salerno. Biondo, con i capelli un po' ricci, sulla trentina, tozzo e un po' più basso di me, era una persona molto abbordabile, nel senso che non faceva mai pesare il suo grado nei nostri confronti.